Le "rune" sono segni di scrittura nell'alfabeto dei popoli nordici e gli elfi i piccoli geni dell'aria nella mitologia nordica. Come Elfa desidero comunicare parole di saggezza, pace e solidarietà fra i popoli, aiutare le persone a ritrovare se stesse, ad avere più autostima e a vivere meglio la loro vita. Occorre iniziare e terminare la giornata con un sorriso. Amare sempre appassionatamente l'esistenza e le persone che incontri sul tuo cammino.

martedì, novembre 22, 2005

Liberi dalla paura

Da diversi anni presto servizio con “I buoni samaritani” alla Stazione di S. M. Novella; i volontari si ritrovano al primo binario davanti alla Cappella Cattolica la mattina alle sette, nei giorni di martedì, giovedì e domenica, per offrire e condividere le colazioni di solidarietà. Ci sono persone bisognose in prevalenza dei paesi dell'est Europa, ma anche del nord Africa, Albania, Perù, pochi sono gli italiani, molti hanno trascorso la notte dormendo su un cartone e si sentono sollevati a bere un caffè caldo. Donare a tutti un sorriso con un pezzetto di cioccolata e ascoltare i problemi di chi cerca una casa e un lavoro per vivere è importante, perché scambiare due parole e confidarsi con qualcuno reca un seppur momentaneo sollievo, ci si sente meno soli.
“I buoni samaritani” sono nati circa diciassette anni fa, l'iniziativa è stata promossa dall'infaticabile Paolo Coccheri, che dopo una lunga attività come attore e direttore del “Laboratorio internazionale dell'attore” di Firenze ha intrapreso il cammino del volontariato, schierandosi a sostegno dei più deboli. Per aiutare i samaritani a maturare in un sentiero di condivisione e solidarietà distribuisce fotocopie tratte da articoli, saggi, interviste: è quella che Paolo chiama “Università della strada” dove a fianco ai corsi interminabili di speranza, umanità, coraggio e altruismo, si insegna a vivere la vita con lealtà, correttezza, rispetto e a praticare doti e virtù ormai in disuso, in un mondo che procede all'insegna dell'arrivismo sociale e di un egoismo imperante.
La scorsa settimana ho avuto in dono la fotocopia di un “Mattutino” di Ravasi, pubblicato il 3 gennaio 1999 su Avvenire, intitolato “Liberaci dalla paura”, con una preghiera scritta da Dag Hammarskjöld. Uomo politico svedese, fu segretario generale dell'Onu dal 1953 fino alla morte nel 1961, quando l'aereo con cui era diretto in Congo per una missione di pace precipitò. Probabilmente il testo di questa rielaborazione del Padre Nostro, è estratto dal suo diario personale che trapela un’intensa spiritualità, così Hammarskjöld si rivolge a Dio:

Sia santificato il tuo nome, non il mio.
Venga il tuo regno, non il mio.
Sia fatta la tua volontà, non la mia.
Dona pace con te,
pace con gli uomini,
pace con noi stessi
e liberaci dalla paura.

Ho molto apprezzato il commento di Ravasi che trova significativo questo Padre Nostro che invoca la vittoria su ogni forma di egoismo e il dono della pace con Dio, con gli altri e con se stessi. Lo colpisce in particolare l’ultima frase, perché se è importante essere liberati dal male lo è altrettanto “essere liberati dall’abbraccio mortale della paura”, che è ben diversa dal timore, ovvero da quel senso di rispetto che nutriamo verso Dio e per gli altri. La paura “è la tentazione alla viltà, al rinchiudersi in se stessi, ad essere inerti e meschini, incapaci di affrontare i grandi orizzonti della vita”.
Proprio la lettura del “Diario” di Hammarskjöld ci rivela come nella sua vita, dopo una giovinezza piena di speranze e di ottimismo, ebbe a circa quarantacinque anni una crisi profonda, in cui si sentiva talmente svuotato da desiderare il suicidio, nonostante fosse un uomo realizzato. Poi la ripresa in concomitanza con la nomina all’Onu, nei primi mesi del 1953, e da allora l’atteggiamento verso il futuro diventa positivo, risponde un semplice “Sì” a Dio, al mondo, al destino e alla vita, lasciando da parte ogni paura:
Non so chi, o che cosa, pose la domanda. Non so quando sia stata posta. Non ricordo che cosa risposi. Ma una volta risposi “Sì” a qualcuno o a qualcosa. A quel momento risale la certezza che l’esistenza abbia un senso e che dunque la mia vita, nella sottomissione abbia un fine. Da quel momento ho saputo che cos’è “non volgersi indietro” e “non preoccuparsi del domani”.
Hammarskjöld ha ragione, condivido questo pensiero, fondamentale nel cammino dell’esistenza è vivere intensamente il presente, essere liberi dalla paura e non preoccuparsi per il domani, perché in fondo preoccuparsi è un insulto al dono della vita.

10 Comments:

Anonymous Barbara said...

Mi viene in mente una frase molto significativa scritta da Etty Hillesum quando era imprigionata in un campo di sterminio:
E dovunque si è, esserci "al cento per cento". Il mio "fare" consisterà nell' "essere".
Etty non si lamentava della sua condizione di prigioniera, ma desiderava essere viva e presente "al cento per cento"... Impariamo il coraggio da lei e vinciamo tutte le nostre paure!!!

11:34 AM

 
Anonymous Hekate said...

Hai ragione, Barbara, essere presenti è come vivere oggi (non ieri, non domani) al cento per cento usando tutto ciò che siamo. L'essere presenti , vivendo appieno il momento, ci da' la possibilità di lasciare andare ciò che dopo un istante già non c'è più (c'è già qualcosa di nuovo da affrontare.
Un bacio e tutte e due e notte
Hekate

11:51 PM

 
Blogger elfo said...

ciao Elfa. GRazie per la visita! Sto piano piano sfogliando il tuo blog, che tra l'altro mi appassiona molto. Per ora vado a leggere e ti lascio un saluto. A presto Elfo

5:06 PM

 
Blogger elfo said...

Scusa ma avevo ancora una domenda! Se ti va, mi piacerebbe aggiungerti ai miei link!ciao

5:08 PM

 
Anonymous Anonimo said...

ecco almeno questo intanto l'ho letto.
non credo sia un insulto alla vita preoccuparsi ma sicuramente un grosso spreco si.
chiediamo certezze e sognamo il futuro perdendoci per strada l'unica verita' che abbiamo.
di non avere garanzie di un domani e che cio' che non viviamo per paura oggi potremmo non avere mai piu' l'occasione di vivere.
ti linko anch'io comunque, dammi solo il tempo di avere tempo :-) per farlo
un abbraccio
Edera
http://ederastigma.iobloggo.com

12:52 PM

 
Anonymous elfa pindarica said...

Cara Edera,
hai ragione preoccuparsi è uno spreco, soprattutto di tempo utile che potremmo dedicare a conoscere meglio noi stessi e agli altri.
Ho scritto che preoccuparsi è un insulto al dono della vita perchè quando mi reco alla stazione con i "buoni samaritani" vedo che chi sta in mezzo a una strada a volte si preoccupa molto meno di noi che abbiamo tutto, siamo "sazi ma insoddisfatti", ci manca sempre qualcosa invece dovremo ringraziare per tutto ciò che ci è stato donato, soprattutto per il dono meraviglioso della vita.
A proposito di preoccuparsi mi viene in mente una frase splendida del film "Sette anni in Tibet". Il giovane Dalai Lama cui chiedono perchè non si preoccupa delle truppe cinesi che stanno invadendo il Tibet risponde serenamente:
"Se un problema si può risolvere è inutile preoccuparsi, ma se non si può risolvere preoccuparsi non ti porterà a nulla".
Preoccupiamoci meno e viviamo di più, un abbraccio a te e a tutti i tuoi fantastici amici.
Elfa

8:53 AM

 
Anonymous Anonimo said...

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4:41 AM

 
Anonymous Anonimo said...

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Anonymous Anonimo said...

Well done!
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Anonymous Anonimo said...

Ciao!!!
ohh il mio dio, quel brillante, spiacente, aiutilo a trovare
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Arrivederci!

12:43 AM

 

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